31/3/2026 – Con il direttore artistico Antonia Di Francesco, è uno dei punti di forza del teatro Pegaso di Ostia.
Attore e regista, Alessandro Moser ha alle spalle una lunga esperienza teatrale che lo ha portato anche fuori dall’Italia. Un prezioso bagaglio per il prosieguo della carriera.
Moser è regista e interprete questo week end di “Romeo e Giulietta”.
Quando e come nasce la tua passione per il teatro?
Molto presto, a scuola, al liceo Anco Marzio dove ho avuto la possibilità di muovere i primi passi. Poi, con il compianto Paolo Perelli, al teatro Centrale, ho preso parte a tre spettacoli che mi hanno convinto a proseguire su questa strada. Ho iniziato a frequentare scuole quali quella dello Stabile di Padova con Luca De Fusco, oggi direttore artistico del Teatro Argentina. Ed ancora, tornando a Roma mi sono iscritto all’Accademia Silvio D’Amico dove mi sono diplomato. Da qui, la grande possibilità di lavorare con un gigante quale Giuseppe Patroni Griffi e per due anni sono stato in compagnia con Franca Valeri ed Urbano Barberini. Dopo un master a San Francisco, tornando in Italia ho anche pensato al cinema ma il richiamo del teatro era fortissimo e ho deciso di tornare nel mio territorio, qui ad Ostia al teatro Dafne. È successo tutto velocemente ed ecco la mia conoscenza con Antonia e con il Pegaso dove curo anche la scuola alla quale tengo moltissimo.
Oltre a recitare curi anche le regie.
Non ho una formazione da regista ed ho iniziato proprio tenendo i corsi. Mi piace molto il rapporto che si crea con gli attori ai quali cerco innanzitutto di far capire i testi. Cerco emozioni seppure si tratta di un lavoro tecnico e c’è inoltre la possibilità di far nascere sempre nuove idee. Mi diverte, mi affascina insegnare.
Passiamo a Romeo e Giulietta, di nuovo in scena questo week end. Un bis in quanto lo scorso dicembre ha riscosso un notevole successo. Qual è stata la tua chiave di lettura?
Gli agganci alla realtà di oggi e quindi ho puntato sulla concretezza. Mi sono chiesto cosa potesse dire oggi Shakespeare ed ho trovato molta attualità nella sua opera. Sono partito non dalla storia d’amore dei due giovani ma dalla faida tra le due famiglie e quindi dal mondo degli adulti. Ho evidenziato e paragonato quella faida familiare alla criminalità di oggi; alla rivalità tra famiglie e cosche malavitose. E poi ho cercato di lavorare con i corpi degli attori, con la loro fisicità. Provando a creare un po’ di magia e stupore.
Moser, che momento è questo per il teatro? Ed i giovani come ne sono coinvolti?
Sono un inguaribile ottimista. Il linguaggio teatrale non muore. Certo, l’attuale sistema è complicato anche per via delle produzioni. Come presenze si pensa ad un pubblico più maturo ed è vero ma da spettatore e frequentando i teatri devo dire che i giovani sono numerosi. E per quanto riguarda il loro approccio alle tavole del palcoscenico questo va fatto dalle scuole. Lo vedo al liceo Enriques con il quale collaboro. È lì che si impara a conoscere e a studiare il teatro ed eventualmente poi a farlo. In questa epoca dove c’è la deviazione dettata dai social, poter dar modo ai ragazzi di essere formati, di portarli a conoscere per esempio di un patrimonio importante come la lirica, è fondamentale. I gusti vanno formati con la conoscenza per poi arrivare alle emozioni.




















