Clan Fasciani, anche per la Corte di Cassazione è “mafia”


18/3/2020 – Il clan Fasciani opera con chiare modalità mafiose. E’ quindi giusto definirlo mafioso. Lo dicono i giudici della seconda sezione penale della Corte di Cassazione che lo scorso 29 novembre hanno riconosciuto l’associazione mafiosa nella sentenza pubblicata nei giorni scorsi la sentenza che conferma quanto già affermato dalla Corte d’Appello“

“Si può affermare che anche la città di Roma ha conosciuto l’esistenza di una presenza ‘mafiosa’, sebbene in modo diverso da altre città del Sud, ma non per questo meno pericolosa o inquinante il tessuto economico-sociale di riferimento” e il clan Fasciani “rappresenta un emblematico esempio di ‘mafia locale’“. – scrivono gli ermellini nella sentenza – “Ulteriore ed adeguato riscontro circa l’esistenza della pervasività si coglie nel riferimento alla ‘zona grigia’, ossia all’accertata succube sudditanza verso gli interessi del clan proveniente da professionisti di varia estrazione, sempre pronti ad aderire o addirittura a prevenire con estremo zelo le richieste in ordine ai bisogni o alle aspettative più svariate, anche quando non compatibili con norme di legge o doveri deontologici, per il ‘rispetto’ portato verso il capo della consorteria ed il desiderio di evitare qualsiasi genere di insoddisfazione dei temibili interlocutori. Un sodalizio semplice si eleva nella sua quotidiana operatività ad associazione mafiosa, attraverso ulteriori e pregnanti condotte tipiche alle quali tutti i sodali partecipano consapevolmente arrecando ciascuno un contributo causale finalisticamente orientato proprio ad acquisire egemonia criminale nel territorio di insediamento. Del resto ricondurre alla sola figura di Carmine Fasciani il complesso dei fenomeni criminali pur emersi dall’attività di investigazione sarebbe riduttivo e semplicistico anche sotto il profilo della logicità. Infatti, condotte di sistematica valenza criminale consumate e sedimentate nel corso degli anni e in settori ben precisi e diversificati non possono che essere espressione di un’azione articolata secondo un preciso e preordinato programma criminoso che vede naturalmente al vertice il ‘capo’, il quale, nella realtà delle cose, deve necessariamente avvalersi di una struttura consolidata ed organizzata senza la quale egli, da solo e soprattutto in un periodo in cui era detenuto agli arresti ospedalieri e/o controllato, nulla avrebbe potuto realizzare di significativo, tanto più in un territorio ove operavano (e operano) altri agguerriti sodalizi”.

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