LA PSICOLOGA – Amare il proprio figlio

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18/11/2017 – Conosciamo le malattie del corpo, con qualche difficoltà le malattie dell’anima, quasi per nulla le malattie della mente. Eppure anche le idee della mente si ammalano, talvolta si irrigidiscono, talvolta si assopiscono talvolta, come le stelle, si spengono. Siccome la nostra vita è regolata dalle nostre idee, di loro dobbiamo avere cura, non tanto per accrescere il nostro sapere, quanto piuttosto per metterlo in ordine.
A differenza delle idee che pensiamo, i miti sono idee che ci possiedono e ci governano con
mezzi che non sono logici ma psicologici e quindi radicati nel fondo della nostra anima, dove anche la luce della ragione fatica a far raggiungere il suo raggio.
La nostra vita è regolata da pensieri e garantita dai miti. I primi spesso sono condizionati dai secondi. Partendo da questo “cappello” si vuole trattare dell’idea che l’amore materno è chiamato da secoli ad essere quello assoluto, perfetto e di quanto spesso la donna si trovi intrappolata in stereotipi che sicuramente “puliscono” il campo da dubbi rispetto alla visione del mondo ma deviano il pensiero nel momento in cui le emozioni non sono in linea con il mito. Razionalmente è chiaro a tutti che una madre non soltanto ama il proprio figlio ma per alcuni aspetti lo rifiuta pure. Però l’amore materno è incastrato nelle radici sociali e culturali che lo deve vedere come incondizionato, senza nei, in termini retorici come la relazione d’amore per antonomasia. E quando i media ci raccontano di madri infanticide riportiamo il tutto sul versante meramente psichiatrico, al raptus.
Cerchiamo, invece, con queste nostre riflessioni di uscire dalla psicopatologia dando il giusto posto al sentimento materno che può essere non solo legato allo splendido e condiviso unanimemente concetto di Amore, ma anche a quel senso di responsabilità di essere la “depositaria della specie” e per questo spinta a rinunciare necessariamente alla dimensione soggettiva dell’”Io”. Ogni figlio nasce sul dolore e cresce sul sacrificio materno di dover donare tempo, spazio, desideri, pensieri e, in alcuni casi, sul dover rinunciare ai propri sogni. Accettare una realtà quotidiana che ci allontana dai nostri desideri è per tutti noi fonte di grossa fatica e di lotta giorno dopo giorno per cercare una giusta mediazione tra ciò che si può, ciò che si è e ciò che si deve. E questo accade anche ad una madre.
E’ la nostra cultura, è il mito dell’amore materno come perfetto che porta nelle donne il senso di colpa ed il continuo interrogarsi sulla propria adeguatezza ai canoni, ai dettami che misurano l’autenticità del suo sentimento e del suo ruolo che purtroppo ha poco di intimo ma troppo di culturale. Con queste affermazioni non si vogliono certo legittimare quegli atti di morte che spesso costituiscono la notizia delle nostre fonti di informazione. Vogliono spronare ad una riflessione per un verso legata, come si diceva, al mito dell’amore perfetto dove c’è la pressione di regole e di stereotipi, per l’altro verso possono servire a soffermarsi sui cambiamenti che la Famiglia ha dovuto affrontare chiedendo però alla donna di sostenere sempre allo stesso modo, in una maniera fortemente ancestrale, il suo compito di perfezione affettiva, di relazione esclusivamente amorosa con i propri figli, negando la possibilità di un sentimento alternativamente differente. E’ indubbio che, nei pro e nei contro, la famiglia di oggi non è più allargata a quella d’origine, parentale, ai nonni. Quella di oggi è una famiglia sempre più chiusa, a nucleo ristretto, con tanti sbarramenti pratici ed emotivi. Non c’è più possibilità di scambio, di confronto, di ascolto allargato.
Non si deve necessariamente avere una visione depressiva di questo piccolo insieme ma è molto probabile che la solitudine individuale possa pervadere chi ne fa parte ingigantendo i vissuti, le paure, le insoddisfazioni, confondendole con una personale incapacità a superare la disperazione interiore che ne consegue. Ognuno di noi ha dei “fantasmi” che accompagnano la nostra mente, creati da quello che si è vissuto o si pensa di aver vissuto. Se questi si associano ad una quotidianità sempre più pesante, poco socializzata, a delle speranze deluse, ad un individualismo imperante, a dei ritmi veloci e confusivi, la “tragedia” trova spazio; per un verso assume quasi una forma liberatoria. Portare alla coscienza quei sentimenti di odio, di rabbia, quella sensazione di soffocamento che un genitore e – nello specifico della nostra trattazione, una madre – può provare, non è risolutivo ma ha una valenza preventiva dell’eccesso irreparabile. Portare alla coscienza quell’emotività valutata come negativa dai canoni che definiscono l’ “estetica dei sentimenti” di cui si parlava prima (il mito dell’amore materno assolutamente pulito e sempre vergine) aiuta a dare una veste di naturalezza e di libertà dal binomio giusto/sbagliato. Una libertà che aiuta a convivere in maniera aperta con il piacere e dispiacere dell’essere madre.
Marcela ha 27 anni, un matrimonio da otto e quattro figli molto piccoli. Ha sempre desiderato viaggiare con lo zaino in spalla senza farsi tante domande ma solo seguendo la sua curiosità, il piacere che sin da bambina ha provato nel vivere i colori ed i profumi con intensità. Marcela è figlia unica. I suoi genitori hanno sempre arrancato a farla crescere essendo dei profughi di guerra. Per i genitori le radici sono essenziali, il trovare uno spazio proprio e lottare per mantenerlo è essenziale. Marcella a 17 anni conosce Giulio, un ragazzo ventenne con la voglia di andare, fare, organizzare. Per un anno fanno tante cose, insieme ed in compagnia degli amici di lui. Però ci “scappa” la prima gravidanza; si sposano; Giulio, anch’egli figlio unico, le chiede di avere subito un altro figlio per non lasciare da solo il primo. Poi vengono i gemelli, inattesi, non desiderati ma tenuti. Marcela è una madre “perfetta” nella sua prestazione di genitore ma nessuno, neanche lei, si occupa delle sue emozioni, dei sentimenti che le scorrono nell’anima. Esprime il suo malessere con forme di anoressia che necessariamente veicolano il significato di disagio che tutti leggono però esclusivamente legato alle sue origini, alla rigidità dei suoi genitori, ma non alle sue emozioni discordanti di madre e di giovane donna in difficoltà nel riuscire ad essere l’una e l’altra. Il suo essere madre non viene toccato, il suo essere donna/persona si. Marcela in terapia, assolutamente sempre con il suo uomo, ha lentamente potuto esprimere i suoi sentimenti di amore/odio verso i figli e anche verso il marito che mai sino al momento del “crollo”, aveva messo in dubbio la sua stanchezza di essere madre. Ha potuto non solo parlarne ma abituare Giulio e soprattutto se stessa ad andare oltre ciò che è giusto, a rimanere in ciò che si prova e in ciò che si può condividere senza sensi di colpa che incastrano e senza stereotipi da sostenere strenuamente in nome di un bluff. L’amore è un sentimento che non ha nulla di perfetto qualunque forma esso assuma, va solo vissuto.

Dottoressa Stefania Martina – psicologa, psicoterapeuta


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