LA PSICOLOGA – Famiglie migranti e trauma migratorio

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18/2/2017 – Il tema dell’aumento della popolazione straniera in Italia è oggetto di diatribe e di importanti analisi psico-sociali. Negli ultimi anni l’idea della straniero è associata al migrante, all’invasore, a chi fugge dal destino delle proprie origini per guerra, pensiero politico o credo religioso. Eppure molti di noi sono migranti, per scelta o per necessità. Il Migrare verso altro appartiene profondamente alla nostra storia, alle nostre radici. Spesso nel lavoro terapeutico si incontrano persone portatrici di una storia familiare in cui si è vissuto il fenomeno dello spostarsi, del traslocare la propria vita altrove, con o senza la valigia di cartone simbolo non tanto anacronistico delle numerose vite andate in terre lontane con un progetto, una speranza, una necessità.

Si vuole riflettere sulle conseguenze psicologiche che deve affrontare che vive chi emigra, al di là delle motivazioni e intenti.

Il disagio parte dall’integrazione in una società o cultura diversa che può arrivare ad essere vissuta come lontana da quella di appartenenza. In certi casi si può parlare proprio di “trauma migratorio” L’identità è il frutto di un processo che inizia per ognuno di noi prima della nascita stessa, nelle fantasie dei nostri genitori, nella storia della famiglia e del gruppo di appartenenza.

Al di là del colore della pelle, razza o pensiero religioso, l’identità è sostenuta da quel grande contenitore culturale fatto da legami affettivi ed emotivi che il gruppo di appartenenza crea o aiuta a creare. In tal senso sono soprattutto le donne che accusano di più l’allontanamento, probabilmente perché continuano in buona parte a fare da tramite tra la famiglia- propria e d’origine- i figli e la società. L’espressione del malessere, del dolore, della nostalgia passa attraverso il corpo che si ammala o attraverso forme depressive più o meno intense e disabilitanti, con tristezza profonda, pensieri e ricordi del passato o di quel che è stato lasciato. Un malessere che rende ancora più difficile gestire anche le problematiche del presente.

E’ la storia di Lucia, donna di 49 anni. Vive e cresce a Napoli con i tre fratelli maggiori ed i genitori, partenopei da tante generazioni, fortemente radicati nel tessuto sociale e culturale. Una donna abituata al sostegno reciproco, alla condivisione con amici, vicini, famiglia allargata; con un profondo senso di mutuo soccorso in tutte le circostanze. Racconta di profumi, suoni, atmosfere con dovizia di particolari. Molto responsabile nei confronti della famiglia e del suo impegno scolastico prima e universitario poi, con il progetto sin da piccola di insegnare. Molto giovane vince il concorso come insegnante di matematica e si inserisce con grande soddisfazione per tre anni in un Istituto Superiore nelle vicinanze di Napoli. Si fidanza a 25 anni con Vito, anche lui napoletano, un ingegnere elettronico di poco più grande, che però stenta a trovare lavoro. Dopo quattro anni di fidanzamento Vito trova a Roma il lavoro che desiderava, in un’azienda salda ed in crescita. Per alcuni mesi Lucia sporadicamente raggiunge Vito a Roma fermandosi solitamente solo pochi giorni nella casa che Vito ha trovato nella capitale. Già in quei giorni inizia a sentire un leggero malessere. Rimane da sola, gira la città cercando di abituarsi all’idea di viverci ma la voglia di stare a Napoli è insistente e pungente. Nel frattempo Lucia cerca soluzioni lavorative per poter continuare ad insegnare anche a Roma. Si sposano a Napoli e si traferiscono, in tutta fretta durante le poche vacanze estive che Vito ha, nella casa che intanto avevano acquistato alla periferia di Roma, in un quartiere dormitorio molto lontano dalla vivacità della Napoli che Lucia ha

nel cuore. Anche Vito sente la mancanza delle abitudini e del modo di vivere della propria città però, essendo molto preso dal lavoro, accusa marginalmente il distacco. Quando sono insieme cerca di condividere la nostalgia che la moglie prova. Per volere di Lucia cercano di andare quasi ogni fine settimana dai parenti. Pur di poter tornare a quella che continua a chiamare casa, Lucia inizia a viaggiare anche da sola in auto. Lucia però lentamente si spegne. A Roma è sola, Vito lavora quasi tutto il giorno, è soddisfatto di quel che fa a fronte della difficoltà di Lucia che invece ha dovuto rinunciare all’insegnamento se non per sostituzioni sporadiche. A Napoli era una donna completa. A Roma è solo la moglie di Vito. Inizia ad avere disturbi intestinali importanti, mal di testa costante. Nel giro di pochi mesi ingrassa più di dieci chili in quanto mangia compulsivamente. Cerca a suo modo di reagire decidendo di fare un concorso nella pubblica amministrazione che ovviamente supera. Inizia a lavorare in un ufficio. Le cose vanno sicuramente meglio ma continua ad avere delle resistenze molto forti alla vita romana, tutto la disturba, non ritrova nulla di quel mutuo soccorso a cui era abituata , non sente il calore dei rapporti che mentre a Napoli erano numerosi e tutti molto intensi e ricchi di valori, a Roma sente invece essere strumentali. Si scontra con il preconcetto del napoletano cafone e confusionario che le viene attribuito sia realmente sia nel suo immaginario. Per questa grande sofferenza di Lucia attendono diversi anni prima di avere un figlio. Lucia decide di avviare una psicoterapia perché il disorientamento è dilaniante, si sente trasformata, annebbiata, quasi incolore e con tanti chili in più.

Lucia ora ha un figlio, Matteo, di quasi dieci anni, che ha cresciuto senza aiuti affettivi di alcun tipo. E’ dimagrita di parecchi chili, continua in alcuni momenti di difficoltà a “riagganciare” il cibo alla vecchia maniera ma ha recuperato quell’ordine mentale e quel pensiero positivo che nel tempo aveva perso. E’ una donna che continua a progettare un ritorno alle origini nel momento in cui arriverà il pensionamento ed il figlio oramai sarà grande. Il suo amore viscerale per Napoli e per le sue atmosfere non è mutato, ha solo accettato di mettere qualche radice anche in quel di Roma, ha creato poche amicizie ma di grande onestà intellettuale, gestite un po’ a modo suo, nel modo con cui è cresciuta. Oggi parla di Roma attribuendole odori e fascino cercando, laddove possibile, di restituirle la dignità di posto anch’esso bello e non solo respingente. D’altro canto, dice, è la città che mio figlio ama anche se sa che nell’anima sarà sempre napoletano.

Anche i bambini risentono delle difficoltà familiari nell’integrarsi. Se nati lontano dal contesto d’origine dei genitori, possono sentire il senso di solitudine nell’essere lontani dalla cerchia di appartenenza. Se in ingresso alla scuola elementare, in realtà anche alla materna, i bambini si trovano a doversi confrontare con gli altri e a dover mediare tra le abitudini familiari e quelle dei propri compagni. Altro momento di difficoltà per i figli è quello dell’adolescenza. Il legame con il paese d’origine potrebbe essersi allentato ma i genitori potrebbero vivere ancora con difficoltà questo allontanamento e avere grandi aspettative di riscatto per le scelte che hanno dovuto fare, proiettate sui figli da cui si aspettano grandi successi, anche con la speranza di recuperare il progetto di un ritorno.

Altra storia, un’altra vita. E’ quella di Nicoletta, di appena quattro anni. E’ figlia di Giulia e Vincenzo, entrambi baresi di origine. Giulia cresce e vive in Germania fino alla laurea , quando per lavoro viene a Bari pensando di fermarsi solo un paio d’anni o poco più, esclusivamente per fare carriera. E’ una donna estremamente intelligente, con un lavoro di responsabilità e di grande rilievo, una persona di tanto successo in tutto ciò che fa. A Bari incontra Vincenzo, anche lui in

carriera. Difatti, dopo poco tempo gli affidano un incarico importantissimo a Roma. Si amano tanto e per non deludere entrambe le famiglie, che per cultura e credo religioso mai avrebbero accettato una convivenza tra i due, si sposano e si trasferiscono. Immediatamente, malgrado Vincenzo non volesse un figlio, Giulia rimane incinta. Lei si ritrova a dover affrontare la solitudine nel portare avanti la gravidanza perché a Roma non c’è assolutamente nessuno a dare loro una mano, se non pochi colleghi di Vincenzo. Giulia è lontana dai genitori e dalle due sorelle che sono in Germania, non ha amicizie, ha lasciato il suo splendido lavoro ma soprattutto sa che Vincenzo non ha accettato la sua scelta di tenere il bambino. Basti dire che Vincenzo non accompagna mai la moglie alle visite di controllo. Dunque Nicoletta nasce e cresce nel disagio emotivo della madre che, tra l’altro, entra in una forte depressione post partum. Alla nascita di Nicoletta la madre di Giulia per alcuni mesi si ferma a Roma in suo aiuto ma poi torna in Germania. Nel frattempo muore anche la madre di Vincenzo che da tanti anni era malata. Nicoletta respira aria di sofferenza e una enorme solitudine materna. Vive nel pathos di una mamma che con difficoltà si prende cura di lei se non nell’accudimento basilare. Vive la distanza di un padre che intensifica il suo impegno lavorativo con la giustificazione di dover guadagnare ancora di più visto che Giulia non è più produttiva e non si dedica ad altro se non parzialmente alle faccende domestiche e alla quotidianità di Nicoletta. Giulia all’improvviso esce dal torpore e inizia ad investire tutta la sua vita a far crescere al meglio la bambina. Le da tutto, attenzioni finalmente anche emotive, crea un potente attaccamento con la bambina. Vincenzo la costringe, visto che Giulia dice di non farcela più a lavorare, a tenere un ménage familiare all’osso e quindi non le permette di inserire la bambina al nido anche solo per poche ore. Giulia e Nicoletta per tre anni sono sempre insieme, spesso bloccate in casa perché la bambina si ammala con facilità in quanto fortemente asmatica. Quando finalmente arriva il momento per Nicoletta di andare alla scuola materna, la situazione scoppia in maniera eclatante sia per la bambina sia per la madre. Nicoletta non riesce a stare all’asilo se non per pochissime ore e con grande disagio. Inizia anche ad essere aggressiva perché inesperta nello stare con gli altri bambini che, dal loro canto, la tengono a distanza, non vogliono giocare con lei, la vivono come diversa, strana, una che la mattina urla e si divincola come un animale ferito pur di non staccarsi dalla madre, che quando smette di piangere esige di giocare anche con la forza. Giulia ora non ha più giustificazioni a non lavorare e sente la stretta del marito che vuole che lei trovi un qualunque lavoro, screditando tutto di lei, attribuendole la responsabilità di averlo fregato perché non è più la donna che lui ha sposato, non è più bella e di successo, non è più così forte, potente e adeguata in tutto.

Due storie che, seppur nella diversità di persone e situazioni, hanno in comune il dolore della solitudine, dell’impossibilità a rispecchiarsi in qualcosa di conosciuto, di trovare risonanze emotive, della difficoltà a mediare tra ciò che si sente visceralmente di essere per abitudini e pensiero e ciò che il nuovo contesto richiede. Il migrante può essere più fragile rispetto a chi ha continuità ambientale e culturale, poiché non ha più gli elementi protettivi che hanno costituito il suo ambiente e la sua storia fino alla partenza.

Interessarsi alle dinamiche emotive dell’esperienza dell’emigrazione ci permette di essere meno ciechi di fronte all’estraneo..

Dottoressa Stefania Martina – psicologa, psicoterapeuta

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