Sgominata vasta organizzazione internazionale di narcotrafficanti

10/11/2016 – Il porto di Civitavecchia, l’aeroporto di Fiumicino e Bologna erano i principali scali utilizzati da una vasta organizzazione criminale per introdurre nel paese ingenti quantità di cocaina purissima da smerciare nella zona del centro di Roma e del Litorale nord. A sgominare la banda e a mettere fine al traffico di droga nel corso dell’operazione “Username” sono stati gli uomini della guardia di finanza del Gico e della squadra mobile di Roma che hanno eseguito questa mattina le ordinanze di custodia cautelare in carcere emesse dal gip del tribunale di Roma nei confronti di 15 persone. Un gruppo “attrezzato e tecnologicamente all’avanguardia” così il sostituto procuratore aggiunto Michele Prestipino che ha coordinato gli inquirenti, ha definito l’organizzazione della banda smantellata ieri a Roma. Tecnologie tra le più avanzate quelle a disposizione per le comunicazione del gruppo di narcotrafficanti che consentivano loro di poter parlare in maniera “riservata”. Sui blackberry in uso a tutti i componenti infatti era installato un proprio software di conversazione via chat del tipo “pin to pin”. Ma non venivano trascurate neanche tecnologie ormai fuori uso come i “cellulari-citofoni” utilizzati per parlare in spagnolo con i referenti dei fornitori colombiani o effettuando le chiamate da call center o nelle cabine telefoniche pubbliche. Accurato anche il gergo utilizzato per mascherare in misura ancora maggiore le comunicazioni e ricostruito fin dal 2013 nelle intercettazioni e nei pedinamenti degli investigatori. «La ragazza si è cambiata», erano soliti dire al telefono per dire che la droga era stata tagliata. L’espressione «Farò controllare i parcheggi» era un modo invece per spiegare che si doveva verificare se i corrieri erano per caso finiti in carcere. Quando invece il riferimento era alle somme di denaro in contante il gruppo parlava di «temperature». Sette i carichi, importanti anche attraverso capi d’abbigliamento, anche di tipo tecnico come ad esempio, tute da motocross, che durante le indagini sono stati rintracciati e che venivano importati tra il porto di Civitavecchia e gli aeroporti di Fiumicino e Bologna. In quattro occasioni le forze dell’ordine sono riuscite ad intercettare il “carico” procedendo al sequestro di oltre 12 chili di cocaina e ad arrestate 4 corrieri. Nel corso dell’indagine realizzata in collaborazione con la Dea americana sono stati sequestrati in Italia 245mila euro in contanti, provento del narcotraffico mentre 96 persone sono state arrestate fuori dall’Italia con oltre 11 milioni di dollari sequestrati. Ma i numeri della droga requisita e del denaro recuperato non accende la luce sui nomi delle persone coinvolte e che rappresentano “la crème de la crème” della criminalità italiana. Insieme ai vertici della banda c’erano il pluripregiudicato Venanzo Tamburini, 63 anni, il genero Ermanno Di Rocco e il “socio” Antonio Antonini. Alla fine della filiera c’erano altri soggetti, come Fabiola Moretti, ai più nota come la “dama bianca” della banda della Magliana. In questo gruppo la Moretti si riforniva in modo sistematico di cocaina da Alessandro Faina che insieme a Manolo Pucci garantiva lo smercio di droga nella zona di Casetta Mattei e anche sul litorale del Nord. «Lei, insieme con alcuni giovani pusher della zona dei Castelli romani, Pavona di Albano Laziale, aveva messo al servizio del gruppo la sua “esperienza nel settore” – sottolinea il sostituto procuratore Prestipino – dispensando consigli circa la qualità dello stupefacente e fungendo in alcune circostanze da “assaggiatrice” del gruppo». Coinvolto anche il figlio di Antonini, Roberto, che malgrado la detenzione nel carcere di Rebibbia, attraverso la sua mediazione e le conoscenze nel penitenziario, aveva messo in contatto il padre con gli acquirenti-rivenditori Faina e Sandro Baccarlino. Pier Francesco Liberti, altro soggetto che garantiva le forniture, ha ricevuto il provvedimento in carcere dove era detenuto per omicidio doloso. A Roma c’era poi Giovanni Cardoni, tassista accusato di aver partecipato all’associazione per delinquere prestando il proprio aiuto in veste di autista al servizio del sodalizio. Altro soggetto finito in manette è Adel Ahmed Ebrahim Sarhan, che provvedeva a trasferire all’estero parte delle somme di denaro funzionali alla mediazione e alla compravendita di partite di droga. Altre somme erano invece trasferite in Abruzzo, lontano dagli occhi degli investigatori romani. Dalle investigazioni della guardia di finanza è emerso, inoltre, il notevole spessore criminale dei trafficanti tant’è che i fornitori latino-americani minacciavano di trattenere in ostaggio i mediatori nel caso in cui gli importatori italiani non fossero stati in grado di onorare tempestivamente i pagamenti. Gli indagati continuavano ad alimentare le ingenti disponibilità finanziarie “piazzando” rapidamente sul mercato capitolino le partite di stupefacente importate. Grazie alle notevoli capacità organizzative dei vertici del gruppo criminale, gli importatori italiani riuscivano ad acquisire la liquidità necessaria a garantire forniture costanti e regolari. Proprio i vertici del sodalizio criminale romano costituiscono il punto di contatto tra le investigazioni della guardia di finanza e quelle della polizia di Stato. L’indagine “Fire&Ice–UP”, condotta dalla polizia di Stato, è scaturita dalla collaborazione tra la sezione antidroga della squadra mobile di Roma e la Dea, l’agenzia federale statunitense specializzata nel contrasto al narcotraffico internazionale, che indagava su un cartello colombiano proprietario di varie società di import/export utilizzate come “copertura” per spedire la cocaina dalla Colombia in Europa attraverso i porti colombiani di Barranquilla e Santa Marta. La sinergia tra gli uffici investigativi ha permesso di smantellare un’associazione per delinquere a carattere transnazionale operante nella Capitale in contatto con organizzazioni estere con sede in Sud America.

https://www.youtube.com/watch?v=wHh4gOARxFo

 

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