La figlia Elena muore in un incidente, il drammatico racconto di mamma Riccarda

 

8/10/2016 – Cosa accade quando si perde un familiare in un incidente? Cosa si trovano a vivere i parenti? In quale incubo vengono precipitati in pochi istanti? A raccontarlo in una toccante testimonianza è Riccarda Bisazza che l’8 agosto ha perso la figlia Elena a causa delle gravissime lesioni riportate in un incidente avvenuto sulla Roma – Fiumicino. «Questa estate – racconta mamma Riccarda nella lettera firmata insieme ai figli Angelo e Andrea – sono stata toccata da un grave lutto che mi ha obbligato a precipitarmi in poche ore dalla provincia di Vicenza in cui abito a quella di Roma dove la disgrazia si è consumata a seguito della morte di mia figlia Elena uccisa in un incidente stradale. Incidente nel quale fortunatamente non è morto anche suo padre, anche lui gravissimo, al quale lei era andata a fare visita. Al di là del dramma personale che dovrò elaborare assieme ai miei figli, ai miei familiari, ai miei cari e a tutti coloro che da questo lutto sono stati colpiti, vorrei spendere qualche parola su quanto ho dovuto affrontare subito dopo il decesso di Elena, una quindicenne piena di vita e di sorrisi che il mese scorso avrebbe iniziato con ambiziose premesse il terzo anno al liceo linguistico Pigafetta di Vicenza. Al Pronto Soccorso del San Camillo di Roma sono giunta spaesata, disorientata, divorata dall’angoscia. In quell’ospedale senza alcuna assistenza materiale o psicologica ho dovuto patire parecchio: dall’istante in cui mi è stata comunicata la notizia del suo decesso, avvenuto pochi minuti prima che riuscissi a raggiungere l’ospedale, ai pochi e unici momenti che mi sono stati concessi di vederla subito dopo, alle ore successive estenuanti solo per sapere dove fosse stata sistemata la sua salma. Di fronte a me ho trovato un mix fra incomprensione e fatalismo, non una parola di conforto. Mi sarei aspettata almeno qualche risposta precisa da qualcuno. Ma così non è stato. E per certi versi è andata peggio il giorno appresso l’obitorio del Verano. Per poter sapere dove fosse stato trasferito il corpo ho dovuto attendere ancora per ore davanti ad un addetto alla guardiania delle celle mortuarie che non riusciva a fornirmi alcuna indicazione utile. Evito ogni commento sulla scena che mi si è parata innanzi quando in quelle che dovevano essere delle camere mortuarie e che invece assomigliavano molto ad una vecchia serra adibita al deposito di cadaveri, nella scarsa igiene e nel contesto malconcio di quell’edificio improbabile, ho dovuto subire anche la vista di mia figlia in condizioni tutt’altro che dignitose. In quell’istante ho provato rabbia verso me stessa. Rabbia per non essere stata in grado di vegliare a dovere su quelle spoglie e di proteggerle da una indifferenza e da una mancanza di rispetto incredibili. Uno si aspetta che la capitale d’Italia sia per il nostro Paese un biglietto da visita, una vetrina per quanto abbiamo di bello e buono. Nel mio caso la vetrina è stata solo quella dell’indecenza. Mi auguro che chi di dovere, si faccia un serio esame di coscienza: condizione fondamentale per provare a immaginare che casi come il mio non si ripetano più. A fronte di tutto ciò devo però ringraziare gli altri miei due figli (che hanno voluto sottoscrivere questa lettera) per il supporto e l’aiuto materiale che in quei momenti mi hanno dato. Ma devo ringraziare anche il personale medico dell’ambulanza e del pronto soccorso che fino al decesso di Elena si è prodigato senza risparmiarsi un secondo per tentare di strappare alla morte la sua vita. Il che dimostra quante sfaccettature diverse si celino nell’animo umano».

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