LA PSICOLOGA – La perdita all’interno della famiglia

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18/9/2016 – Affrontare la tematica del lutto è sempre difficile sia per i fattori emotivi e culturali, nonché religiosi, che sono insiti nell’evento sia per le aspettative sociali e di valore che si attribuiscono al superamento di ciò che comporta la perdita. Fattori che appartengono al paziente così come al terapeuta.

Qui si vuole trattare non genericamente del lutto ma si intende “osservarlo” all’interno del contesto familiare che è il sistema di appartenenza primario nel quale scorrono equilibri che necessitano di rinnovamento costante.

Oggi nella nostra società si vive la sofferenza in maniera frettolosa e accelerata come tutto il vivere, dove il tempo fisiologico ed emotivo non hanno il “tempo” di permettere una qualche forma di elaborazione più sentita e vissuta intimamente. Spesso si sfugge al dolore perché si crede di non avere lo spazio temporale per viverlo liberamente. Però fuggire è difficile in quanto la perdita di un congiunto riguarda il tema della scomparsa. Uno dei componenti della famiglia scompare. Si crea una rottura nella struttura del copione familiare fatto di ruoli e funzioni. Si crea una perturbazione che, con un effetto domino, intacca, logora, disorienta anche gli altri microsistemi. La famiglia deve rivedere il proprio copione, deve riorganizzarsi in assenza di un membro. Quando il nucleo familiare non riesce a darsi un nuovo assetto funzionale al benessere di tutti i componenti, si può arrivare ad un malessere così profondo da intaccare gli individui anche in forme di patologia conclamata. Ci sono alcune regole implicite che la famiglia si può dare che portano ad una situazione che nel tempo si sviluppa come un malessere profondamente radicato proprio perché l’elaborazione del lutto non viene ammessa in maniera fluida. Ad esempio la regola, non detta, del “non dover parlare” della morte o del defunto, non permette di esprimere e condividere i propri vissuti ed introduce o, soprattutto, amplifica emozioni disfunzionali come rabbia, senso di colpa o di abbandono. Un altro esempio di modalità relazionale deleteria e paralizzante è una sorta di fermo immagine a quando il defunto c’era. Stanze, spazi, oggetti che rimangono congelati al momento in cui la perdita è sopravvenuta.

Diversi possono essere i fattori che agevolano l’accettazione e il superamento del trauma legato al lutto. E’ importante capire quanto nella famiglia ci fosse una buona intensità emotiva veicolata, accettata e condivisa, e quale funzione il defunto avesse. Quindi il tipo di relazione instaurata in vita con il defunto influisce sul processo di elaborazione del lutto, così come una buona capacità della famiglia ad accettare o meno sentimenti di tristezza o di rabbia, senza doverli ignorare o demonizzare. In linea teorica si sono individuate delle fasi per una buona elaborazione dell’evento luttuoso: rifiuto, rabbia, contrattazione, depressione, accettazione. Tuttavia è del tutto inutile “incasellare” gli individui componenti la famiglia in una fase piuttosto che in un’altra. E’ importante piuttosto guardare a quanto le persone si riappropriano del principio di realtà. I riti, le abitudini di alcune culture soprattutto del sud, aiutano ad entrare in contatto con la realtà. Ad esempio vedere il defunto prima della sepoltura agevola il non rimanere bloccati in uno stadio in cui si nega l’evento, mistificando su quanto avvenuto. L’accompagnare con la presenza chi rimane,

il “fare visita”, l’esprimere il cordoglio può aiutare i congiunti a prendere atto di ciò che è avvenuto salvaguardando il rapporto con la realtà. Il rito dell’andare al cimitero può essere utile a non dimenticare il defunto, a non negare la perdita, a stare nella realtà. Il poter parlare di ciò che è successo, il condividere ma soprattutto il confrontarsi all’interno della famiglia aiuta l’individuo ad attivare una rielaborazione del proprio progetto di vita e quindi una forma di resilienza, che non significa essere immuni allo stress e alla sofferenza, ma utilizzare la capacità di ridefinire e ridefinirsi all’interno dei diversi sistemi di vita in una maniera funzionale al sé individuale e familiare.

In terapia si deve lavorare su “dare parola al dolore” . Lo psicoterapeuta si trova di fronte ad un blocco delle emozioni del paziente, dei vissuti ma anche della memoria di “quello che era”, di fronte all’idea disfunzionale che bisogna trattenere e trattenersi dal vivere sino in fondo la realtà di ciò che è accaduto. Manifestare, riconoscere ed accettare il proprio dolore è importante per recuperare il proprio progetto di vita, per riprendere a scrivere la storia della propria vita in cui senza dubbio ci sarà la traccia del lutto, vissuto indubbiamente come esperienza individuale non trasferibile, ma con la consapevolezza che ciò che è accaduto dovrà essere vissuto non come fine a se stesso ma come la possibilità personale e familiare di darsi forme e dinamiche differenti.

Diamo spazio al dolore, non cadiamo nella trappola di dover essere iperperformanti, accettiamo e non scappiamo dalla sofferenza.

Dottoressa Stefania Martina – psicologa, psicoterapeuta

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