LA PSICOLOGA – Padri nel nuovo millennio

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18/7/2016 – Alla figura paterna in passato si attribuiva una funzione più normativa e poco affettiva. Rappresentava, al di là delle caratteristiche e capacità individuali, la guida, l’esempio da seguire. Il padre era colui che garantiva le norme sociali. Per la visione psicoanalitica era l’ ”altro” rispetto alla diade madre – figlio, dunque serviva a rinforzare nel figlio la costruzione psichica e l’evolversi del pensiero autonomo. Il padre doveva essere colui che faceva sì che le norme di comportamento venissero rispettate (“lo dico a tuo padre…”), era il censore ed il giudice in un gioco di ruoli tra uomo e donna in cui alla madre veniva permesso di mantenersi nella sfera affettiva, accudente, con un “terzo” supremo a sancire e rinforzare regole e punizioni. Impostazione questa che ha avuto per lungo tempo, ed ancora in parte ce l’ha, un significato profondo in base al modus vivendi interno alla famiglia e alle aspettative sociali nei confronti del ruolo del padre e della madre. L’uomo era quello che andava al lavoro, faceva carriera, implementava la condizione economica della famiglia, era impegnato ad andare alla “caccia” di un benessere concreto, lasciando alla donna, seppur lavoratrice anch’essa, la funzione prettamente affettiva.

Rispetto ai padri delle generazioni precedenti, quelli attuali si occupano dei figli in maniera più completa, in quanto si adoperano anche nell’accudimento sia fisico che emotivo. La trasmissione delle regole e valori, quindi, non è più dominio esclusivo dell’uomo e la parte emotiva e affettiva esclusivamente della donna. Si tratta di un padre più aperto alla relazione, allo scambio emotivo, alla conoscenza di cosa accade ai figli e alla interazione più naturale con loro. L’uomo si cimenta ora nel parenting (o cure parentali) vivendo, oltre che il fare, anche il sentire emotivamente il figlio e se stesso. Dal punto di vista psicologico questa relazione è arricchiente per entrambi, è una intimità diversa rispetto a quella che il bambino prova con la madre che lo può rendere più empatico ed in grado di affrontare le relazioni. Il rischio è nella eccessiva “maternizzazione paterna” che va analizzata sia dal punto di vista sociologico che psicologico. La società odierna tende sempre di più verso un riconoscimento della interscambiabilità tra ruoli maschile e femminili nelle varie sfere del vivere, aspetto questo potenzialmente positivo perché sdogana l’uomo e la donna dai ruoli rigidi che la cultura di appartenenza per secoli ha sancito, ma disorienta pure in quanto, essendo meno condizionati da schemi collettivi, sono entrambi responsabili individualmente del proprio modo di essere genitori. L’essere padre oggi è sicuramente lasciato più alla creatività personale del singolo ma la minore incombenza della regola sociale rende altrettanto meno standardizzato il ruolo. L’uomo quindi deve conciliare l’immagine interiorizzata dell’essere genitore con la realtà vissuta, deve far coesistere l’essere empatico con l’autorevolezza, l’essere affettuoso con il riuscire ad arginare con limiti e regole. L’uomo – così come d’altro canto la donna – deve poi gestire anche le sollecitazioni della generazione dei propri genitori o dei nonni che spesso non vedono bene il suo essere padre oggi, sottoponendolo a giudizi di incompetenza e sottolineando ogni sua inadempienza come eccessivo lassismo e troppa confidenza con i figli. Deve spesso interfacciarsi con una compagna, sicuramente meno vincolata anch’essa all’esclusività dell’essere avanti a tutto madre, che può non sempre gradire l’essere superata nel suo ruolo genitoriale empatico da un uomo competente anche in questo.

La storia di Dora e Giulio ne è un esempio. Due giovani ora trentacinquenni che per anni hanno convissuto senza pensare di avere figli, dedicandosi al lavoro e al tempo libero da passare insieme, condividendo il piacere dei viaggi, dello sport, dell’ospitalità nei confronti di amici e parenti. Dopo sei anni di convivenza iniziano a parlare di un figlio e di quanto a quel punto del rapporto sarebbe stato importante poter costruire anche questo ulteriore pezzo di vita insieme, entrambi consapevoli delle difficoltà che avrebbe comportato il diventare genitori sia per gli impegni lavorativi sia per la lontananza dai parenti (entrambi friulani). Dopo pochi tentativi il desiderio si avvera. La felicità però viene offuscata presto dalla scoperta di una grave malformazione renale di Dora e dalle pressioni del medico a rinunciare alla gravidanza. Decidono invece di non interromperla. Dora affronta i nove mesi seguendo alla lettera tutte le indicazioni dei medici, vive giorni di enorme paura per sé e per il piccolo, paralizzata nel letto senza avere la certezza di farcela. Giulio si deve occupare di tutto, anche dell’accudimento di Dora che era sempre stata una ragazza vitale e molto autonoma in tutto. Una ragazza estremamente paziente, sempre comprensiva nei confronti di Giulio, che invece risultava agli occhi di tutti molto irascibile. Nasce una bambina, Noemi, che ora ha 5 anni. L’arrivo di Noemi vede Giulio impegnato all’accudimento oltre che della bambina anche della compagna, stremata dal parto. Dora nei primi cinque mesi si occupa quasi esclusivamente dell’allattamento lasciando a Giulio la gestione di tutto il resto. Arrivano in terapia perché non riescono più a parlare, a comunicare, litigano sulle piccole cose, addolorati e persi perché mai avrebbero pensato di arrivare a non poterne più di stare insieme, pur avendo ancora un legame affettivo molto profondo. Lui, pragmatico e razionale, attribuisce a Dora l’essere cambiata, l’essere impulsiva, senza pazienza, pronta a sottolineare ogni sua inadempienza, ”oramai nulla più le piace di quello che faccio e di come sono”. Lei dice del marito che è un insensibile, completamente incapace di interagire con la sua emotività, con le sue paure, con la sua malattia. Da sempre sa che il marito è così ma adesso non lo accetta più. Questo è ciò che entrambi riportano anche con una forte sofferenza che, sebbene manifestata in maniera differente, pervade la stanza di terapia.

Dietro questa presentazione della loro coppia viene fuori la sfera emotiva personale che mai avevano affrontato insieme. Giulio sente di aver vissuto questi cinque anni in apnea, pensando solo a far incastrare tutti gli impegni lavorativi, familiari e soprattutto genitoriali al punto da decidere di chiedere di lavorare spesso a casa, con riduzione dello stipendio, pur di stare con la bambina. Dora, inserita in un contesto lavorativo meno flessibile, suo malgrado ha orari che la portano spesso a fare molto tardi la sera. Conosce tutti i movimenti della bambina e ciò che avviene in casa, ha il monitoraggio di ciò che fa Noemi, ma il tutto a distanza. Lei vive forte l’ambivalenza tra il razionale e l’emotivo. Ad un livello sa che è fortunata ad avere Giulio come compagno e padre di suo figlio, dall’altro si sente completamente esclusa ed in competizione con la bambina che ha l’affetto totale di Giulio sempre più distante invece da lei, troppo poco interessato a riconoscerla come donna anche nella sfera sessuale. Lei è divorata dai sensi di colpa perché sa che Giulio ha fatto tutto questo per loro e che se lui non fosse un padre così presente lei sicuramente non lo avrebbe stimato abbastanza da rimanergli accanto, ma emotivamente si sente defraudata del suo ruolo di madre proprio da Giulio, del suo ruolo di donna proprio da Noemi. Lui sa di essere tanto amato dalla piccola ma non ha mai pensato che il suo rapporto con la bambina avrebbe potuto escludere Dora nel ruolo di madre. Non accetta quanto Dora emotivamente esprime perché, in maniera forse troppo razionale, crede che le cose non sarebbero potute andare diversamente, che lui ha dovuto occuparsi di Noemi sia perché lo voleva fare, sia perché per lui non ci sarebbero state altre soluzioni. Inoltre, il confronto con le due uniche coppie di amici rimasti, strutturati in ruoli più canonici in cui la donna si occupa quasi esclusivamente dei figli e lui del lavoro e della carriera, li ha spinti a vedere le negatività del loro modo di stare insieme, li ha fatti sentire “diversi” e inadeguati. In realtà sono diventati dei “fantasmi” , lontani dalle relazioni, chiusi e poco allenati , nel confronto con gli altri, a leggere la propria realtà come da rinforzare e non demonizzare. Si è creata in loro una grande solitudine in quanto, chiudendosi in una forma di individualismo emotivo, non stanno prendendo il positivo di ciò che hanno costruito ma si sentono intrappolati tra il bisogno di essere innovativi nella gestione del ménage e i ruoli stereotipati dell’uomo e della donna , dell’essere padre e madre.

Dottoressa Stefania Martina – psicologa, psicoterapeuta

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