LA PSICOLOGA – La violenza domestica

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18/5/2016 – L’idea della casa, della propria domus, è da sempre associata al calore, alla tranquillità, ad un mondo di sensazioni legate al benessere, all’accoglienza, spesso alla condivisione. Il nido familiare. All’interno di questo nido invece possono prendere forma momenti di malessere e sofferenza acuta e devastanti. La violenza domestica è sempre esistita ma spesso è stata tenuta chiusa tra quelle pareti per spinte culturali e sociali che hanno distrutto il possibile vissuto di dignità degli individui, soprattutto per la donna. Di fronte a situazioni di violenza i meccanismi sono molto forti in ognuno di noi, dalla negazione alla rimozione, al rimandare il tutto ai diretti interessati quasi appartenesse solo a chi vive il tutto. I “panni sporchi si lavano in famiglia” è un dettato sociale potente che perseguita da tanto l’essere umano in difficoltà. E’ invece evidente che la violenza domestica, intrafamiliare, ha una ricaduta che va oltre le pareti in cui si perpetua. Ha ripercussioni sociali, educative, ma anche economiche e politiche.

Si pensa erroneamente che la violenza si esprima solo nei ceti svantaggiati, poveri culturalmente. In realtà il violento spesso funziona adeguatamente negli altri contesti, al di fuori di quello familiare, ed è ben inserito in quello sociale e lavorativo. E’ bene analizzare piuttosto le possibili cause che portano una persona, ma prevalentemente un uomo, ad essere violenta. Non come indicatori stabili del fenomeno ma solo come funzionali a identificare alcune espressioni dello stesso. La violenza domestica si può ricondurre, ad esempio, ad esperienze traumatiche nell’infanzia, anche ad opera delle figure adulte di attaccamento, che possono aver ridotto l’accesso e la capacità di leggere e regolare le proprie esperienze emotive. Ad esempio uno stile familiare in cui si pensano valori primari l’autocontrollo, la durezza, la riduzione al minimo dell’esporsi emotivamente, porta a vedere la fragilità espressa, la sensibilità e la morbidezza relazionale come aspetti da denigrare o sopprimere. Altro elemento da considerare come possibile causa di comportamenti violenti è l’essere stato esposto, o in prima persona o come spettatore, a comportamenti simili soprattutto da parte delle figure adulte maschili. Ci può anche essere una lettura culturale. Se prima era esplicito il dominio indiscusso dell’uomo nei confronti di una donna a cui veniva attribuita solo la funzione connessa alla cura dei figli e della casa, ora questo ruolo intoccabile dell’uomo è stato fortemente messo in discussione da più parti. Ciò ha portato all’evoluzione della famiglia e all’espressione più libera e autonoma della donna ma ha creato molto scompiglio nella definizione del “maschile” e “femminile”. La conflittualità all’interno della coppia ha preso sempre più una voce ampia e non più chiusa tra le pareti domestiche. Per alcuni uomini la libera espressione di sé delle donne è stata presa come un’occasione costruttiva di confronto anche per sdoganare se stessi da ruoli rigidi e “cappio” . Altri uomini hanno risposto a questa evoluzione con un forte disorientamento che li ha portati a difendersi in maniera cattiva, brutale, attivando forme potenti di controllo su una donna oramai con più strumenti sociali per reagire.

Purtroppo però solo strumenti sociali. Dal punto di vista psicologico i meccanismi sono quelli che da secoli inibiscono la capacità di leggere gli accadimenti per quello che sono, solo espressione di violenza. Fermare la violenza è difficile perché è il proprio uomo ad esserne il responsabile. C’è la paura delle reazioni del partner, di non essere più amata, la mancanza di

risorse concrete, l’isolamento sociale, l’idea di dover tenere la famiglia unita a tutti i costi, anche il timore di non essere creduta o addirittura colpevolizzata. Spesso la donna minimizza, così facendo però riperpetua il tutto. La violenza infatti si può sviluppare in maniera graduale. L’uomo all’inizio può apparire la persona perfetta, a cui affidarsi, con cui creare una famiglia. Una persona di fiducia che comprende la propria donna. E’ successivamente, quando l’uomo sa di aver preso quella donna come la “sua”, che si avvia prima una vera violenza psicologica al fine di rendere la compagna insicura, mettendole il dubbio di essere sbagliata, di agire e di manifestarsi come non dovrebbe. Successivamente può anche passare alla violenza fisica, a cui si alterneranno momenti in cui chiederà scusa, farà promesse, cercherà di convincere che è stato violento perché tiene molto, troppo a lei e allo stare con lei. Il periodo di pentimento potrà anche essere duraturo, tanto da essere sufficiente a far sì che la donna si riavvicini, creda in qualche modo che l’essersi riconciliati sia prova che quello violento è stato solo un momento. Quando però la violenza riprende, l’uomo cerca di minimizzare il suo agito rinforzando la colpa, invece, della donna a cui attribuisce la responsabilità di “farlo uscire fuori dai gangheri”. I ruoli spesso arrivano ad invertirsi. La donna può anche a credersi sbagliata, quasi carnefice. La commistione tra violenza fisica e psicologica diventa esplosiva dentro la donna che non capisce più cosa sia meglio fare. Il timore di denunciare è spesso legato proprio a questo senso di colpa, la paura che nel denunciare anche gli altri si accorgano che è lei quella che attiva la violenza e non la subisce. Spesso queste donne devono arrivare ad essere impossibilitate a rialzarsi da sole, completamente devastate dalla violenza fisica, per poter permettere ad altri di prendere la situazione in mano, di proteggerle ed aiutarle a mettere le distanze dal proprio uomo. Per la donna scatta così una nuova fase, di ristrutturazione e di adattamento alla vita, che permette di iniziare ad uscire dalla nebbia e vedere man mano con chiarezza cosa è successo. Il lavoro terapeutico deve dunque puntare a far superare l’idea di colpevolezza, a recuperare un rapporto più equilibrato e spontaneo con i figli, ad uscire dall’isolamento e a ritrovare i rapporti sociali, di sostegno e familiari. Gli interventi dello psicoterapeuta devono pertanto mirare a far sperimentare strategie alternative a quelle utilizzate sinora, che puntino a saper negoziare e gestire soprattutto le proprie emozioni, identificare le convinzioni erronee che hanno portato ad una percezione distorta di sé e delle proprie responsabilità, a vedersi con potenzialità e risorse per poter volgere lo sguardo avanti, affrontando il timore di riperpetuare scelte sbagliate.

Dottoressa Stefania Martina – psicologa, psicoterapeuta

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